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Editoriale: I miraggi del mercato dell’arte

L’arte contemporanea non può essere ridotta al mercato altamente speculativo che fa notizia sulla stampa. La finanziarizzazione delle alte sfere del mondo dell’arte contemporanea sta contaminando l’intero mercato con una logica borsistica che è scollegata dalle realtà della creazione. Nell’interesse dei collezionisti e degli artisti, è il momento di mettere tutto al suo posto.

Schema del caso :

  • Cifre fuorvianti
  • Una creazione scollegata dal pubblico
  • Gioventù e innovazione*
  • Conclusione

CIFRE INGANNEVOLI

Il “grande mercato” distilla l’idea che l’acquisto di un’opera debba sistematicamente generare guadagni rapidi e sostanziali, e l’acquisizione si riduce a una deplorevole strumentalità, a volte incoraggiata da consiglieri poco raccomandabili.

La speculazione infastidisce anche molti artisti, che cercano di evitarla selezionando i loro collezionisti. Intervistata su France Inter, la gallerista Chantal Crousel ha addirittura dichiarato che “il fenomeno della speculazione sul mercato secondario può avere un effetto catastrofico sui giovani artisti (…) e bloccarli mentalmente”.

Il rapporto 2015 di Artprice sul mercato dell’arte mette in prospettiva questo fenomeno speculativo: “più di 45.600 opere contemporanee sono state vendute quest’anno in Occidente, quattro volte di più che nel 2005 (…) Tuttavia, quasi la metà di queste entrate si basa sul valore eccezionale di appena 10 artisti.”²

In altre parole, gli aumenti e le cadute spettacolari registrati su questo mercato si basano su alcuni colpi di martello sensazionali e i prezzi raggiunti dagli artisti viventi non sono mai casuali.

Thierry Ehrmann – l’esuberante fondatore di Artprice – non nega il carattere artificiale di certe quotazioni: “le grandi gallerie (…) sostengono spesso i prezzi dei loro protetti nelle sale d’asta. Definiscono così l’offerta artistica durante la costruzione delle valutazioni.

UNA CREAZIONE SCOLLEGATA DAL SUO PUBBLICO

Caratteristica dell’epoca postmoderna, l’approccio puramente concettuale sta portando ad un progressivo disinteresse da parte di una larga frangia di collezionisti. Ereditata da Marcel Duchamp, la messa in discussione dello statuto dell’opera d’arte è davvero una pietra miliare nella storia dell’arte del XX secolo. Ma non porta irrimediabilmente a un divorzio tra l’arte e il suo pubblico?

Le istituzioni culturali oggi privilegiano le forme ibride che derivano dall’arte concettuale, il ready-made, la performance art e l’arte installativa. Tutti questi approcci non si adattano bene alla sfera privata e richiedono un solido background storico per essere compresi.

Se la dichiarazione di un artista è arricchita da spiegazioni, tanto meglio. Ma la sua opera deve accontentarsi della propria eloquenza. Il virtuosismo di un’opera si basa sulla personalità del suo autore. Sulla sua “via” e la sua originalità. Quel “qualcosa” che lo rende identificabile a prima vista.

Mi sembra che l’idea – il progetto – sia il fondamento di qualsiasi processo creativo. Distingue l’arte dall’artigianato. Ma dovremmo bandire ogni forma di know-how e smettere di insegnare le tecniche?

GIOVANILISMO E INNOVAZIONE

I critici d’arte di oggi sono traumatizzati dal fallimento dei loro predecessori nel vedere il significato dell’avanguardia al momento della sua nascita. La loro inestinguibile sete di innovazione li spinge ora all’eccesso opposto. Ne è testimone la speculazione selvaggia che ha accompagnato l’inizio della carriera di Damien Hirst… il cui prezzo delle azioni è crollato dell’83% dal 2008.

Come per le start-up, delle vere e proprie bolle finanziarie si stanno formando intorno a giovani speranze e gli investitori si accaparrano il “potenziale” creativo. Le più grandi fiere d’arte riservano loro anche mostre con limiti d’età.

In un articolo del 2013 intitolato Les temporalités de la réussite ³, la sociologa Séverine Marguin ha identificato una scadenza simbolica all’età di quarant’anni: “una pietra miliare nel percorso di carriera, che rappresenterebbe un’età limite per rivendicare il successo”.

L’autore si rammarica che “la gioventù è associata alla precocità, ma anche alla novità o all’innovazione (…) Ma è un ragionamento valido, nella misura in cui è già delicato definire il talento, e ancor più misurarlo: è possibile che il talento diminuisca?

Questa glorificazione della gioventù è quindi purtroppo fatta a scapito della maturità e in barba all’esperienza. La perseveranza di un artista nella sua ricerca della perfezione mi sembra altrettanto lodevole quanto una facilità intuitiva.

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